Skip to main content

La lunga strada di Edoardo Cerea

Come già avevo scritto parlando dell’album precedente, negli anni lo stile di Edoardo si è fatto sempre più cantautorale e la sua penna è ora autoriale e riconoscibile e si fa sempre più chiara l’idea che la musica sia per lui l’unico mezzo per resistere e per dare sfogo alle proprie emozioni, alle gioie e alle frustrazioni, all’entusiasmo, ma anche alla rabbia, alla delusione, al disincanto. Se però l’album precedente racchiudeva numerosi pensieri relativi al mondo in cui viviamo, denunciando talvolta le falle di un sistema abulico e disfunzionale, in questo nuovo lavoro la voce si fa più lirica e la dimensione più intima. Il focus qui è più ristretto e si concentra sulla sfera privata, sulla sua vita, sui suoi sogni e soprattutto sulle relazioni che lo hanno reso l’uomo che è oggi. I testi di La lunga strada sono infatti tutti autobiografici, scritti solo da Edoardo, così come gli arrangiamenti, ad accezione di alcuni brani che lo hanno visto collaborare con Enrico Cipollini. Le musiche risentono ovviamente dell’influenza del rock’n roll, il genere più amato da Edoardo, quello su cui si è formato e regno indiscusso dei suoi idoli, con numerosi tratti pop. Si passa da ritmi più incalzanti e grintosi, dove la batteria detta il tempo o simula il battito del cuore, a pezzi in cui sono gli accordi della chitarra e le note del pianoforte a coccolarci, a ballate più lente e melodiche, a brani con suoni più aperti e dilatati, che sembrano espandere lo spazio intorno a noi. Non mancano nemmeno toni malinconici e più introspettivi, per quelle tracce in cui il ricordo si fa nostalgico e doloroso. Musiche e parole percorrono infatti lo stesso sentiero e portano nella stessa direzione, verso il mondo interiore di chi canta.

Come scrive in un breve testo di presentazione dell’album, le riflessioni e le confessioni a se stesso che danno forma alle dieci tracce che compongono l’album sono nate durante un viaggio in macchina in una sera nevosa di gennaio, quando Edoardo si reca da Piacenza a Ferrara per suonare in un locale. Mentre è alla guida, perso tra i suoi pensieri, nella mente iniziano a vorticargli tutta una serie di ricordi, forieri di numerose domande sul senso di questo suo andare. Si chiede se tutti gli sforzi che compie ogni volta che deve tenere un concerto da qualche parte abbiano ancora un senso e passa in rassegna i volti e i ruoli delle persone che lo hanno accompagnato o abbandonato in tutti questi anni. Si interroga sui suoi desideri e le sue aspirazioni, su quanto è riuscito a realizzare e quanto invece sia rimasto ad uno stadio embrionale. Sorge anche legittimo il dubbio che alcuni sogni non lo rappresentino più e la domanda che mi pare di leggere in filigrana a tutte le tracce è: “Ho ancora voglia e bisogno di fare musica?”.