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Un'indagine letteraria sul caso "Luca Varani"

Identità sull'orlo del baratro

Riflessione su "La città dei vivi" di Nicola Lagioia

L'ultima pubblicazione di Nicola Lagioia, La città dei vivi, edita da Einaudi nella collana Supercoralli, che parla dell'omicidio di Luca Varani ad opera di Marco Prato e Manuel Foffo avvenuto nel marzo 2016 in un appartamento del quartiere Collatino a Roma durante un festino privato, è un libro in cui ci troviamo esposti senza protezioni sull'orlo di un baratro in cui l'identità vacilla, non riesce a fissarsi in una forma che possa garantire l'assunzione di responsabilità e la conseguente rielaborazione di un delitto compiuto senza movente alcuno.

 

L'identità stessa del libro oscilla, impossibile da definire. Nel suo tentativo di abbracciare la complessità di un fatto di cronaca efferato e per certi versi assurdo, non poteva che essere un ibrido in cui la narrazione omodiegetica cede il passo quasi completamente ad un taglio eterodiegetico, in cui si alternano ricostruzione documentaria, reportage, inchiesta, riflessione, elementi romanzati e confessioni autobiografiche.

Prima di leggere la recensione a questo libro di Domenico Starnone su La lettura #465 di domenica 25 ottobre 2020, in un articolo dal titolo Cronaca a sangue caldo, che è un chiaro richiamo al romanzo A sangue freddo di Capote, non ricordavo assolutamente nulla di questo caso aberrante di omicidio. Starnone metteva Lagioia in linea di continuità con i maestri del genere, Capote e Carrère, dai quali a sua detta, l'autore de La città dei vivi, prenderebbe le mosse, ma anche le debite distanze grazie ad alcuni elementi innovativi, primo fra tutti, secondo il recensore, il ruolo di primo piano della città di Roma, con il suo fascino e il suo degrado, verso il quale Lagioia sembra provare, come ha ben suggerito Graziano Graziani nella puntata di Il libro del giorno su Rai Radio 3 del 21 ottobre 2020, un sentimento fortissimo di amore e disperazione.

Premetto che non ho mai letto nulla né di Capote, né di Carrère, così come di Lagioia e ad eccezione di Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello... a cura di Michel Foucault, non mi sono mai avvicinata a testi che trattassero di cronaca nera. Scoprire i dettagli di casi realmente accaduti in cui emergono senza filtro certi abissi e certe devianze del genere umano mi inquieta terribilmente, ma c'era in quell'articolo di Starnone una considerazione che mi ha catturata con la stessa forza con la quale un frammento di ferro è risucchiato entro un campo magnetico. Starnone parlava del trascorrere della narrazione da un approccio eterodiegetico, in cui la storia sembra farsi da sé, ad uno scheletro narrativo in cui l'autore, senza mai divenire un elemento di disturbo, si inserisce come persona ossessionata da questo tragico e brutale delitto, al punto da farsi investigatore egli stesso, in quanto sente che per qualche apparentemente inspiegabile motivo questa storia lo riguarda intimamente. Ed è proprio questo tema della prossimità dell'autore alla vicenda che mi ha spinta ad acquistare il libro e a leggerlo quasi d'un fiato, se non avessi avuto bisogno di fermarmi, di prendere respiro, di riossigenarmi dopo la lettura di alcune pagine in cui l'aria si fa asfittica e ti sembra di sentire pungente nelle narici il fetore del marciume che si spande dall'appartamento di Manuel Foffo in via Igino Giordani, e che dal quartiere Collatino sembra invadere senza ritegno tutta la capitale, una città che vive di stridenti contrasti, di estrema bellezza, ma anche di sfacciata trascuratezza che sconfina spesso e volentieri in nauseabonda negligenza foriera di sdegno.

Questa consapevolezza di Lagioia della sua prossimità a questo fatto di cronaca è stata confermata dallo stesso autore in diverse occasioni, ultima tra tutte durante la diretta instagram con Davide Indino di qualche sera fa. L'omicidio di Luca Varani gli è prossimo geograficamente, in quanto si è consumato in una palazzina che dista circa 20 minuti dalla sua abitazione. Gli è prossimo anche a livello di relazioni, in quanto tra le sue frequentazioni, almeno tra le sue amicizie social, ci sono delle persone appartenenti al giro di Marco Prato o che conoscono Manuel Foffo. Ma soprattutto questo episodio lo tocca intimamente in quanto riporta a galla vecchi ricordi e lo costringe a fare i conti con la possibilità di farsi travolgere da una violenza originaria dalla quale ci separa uno spazio interstiziale molto sottile. Per questo egli si sente come risucchiato da una forza centripeta che lo costringe ad indagarne anche gli aspetti più reconditi. Sente l'esigenza di cercare di capire questo avvenimento, di provare a sbrogliare una matassa che chiama in causa molteplici fattori, che sembrano riguardarlo da vicino. Egli inzia quindi a documentarsi, ad investigare, complice anche la proposta da parte del Venerdì di Repubblica di esserne il cronista. Ma per riuscire davvero a comprendere la complessità di tutta la vicenda deve necessariamente prenderne le distanze e lo fa nell'unico modo che gli è congeniale e che lo costringe a sistemare gli innumerevoli tasselli in un quadro composito dal quale possa intravedersi una forma comprensibile: scrivendo un'opera letteraria. La scrittura gli consente di prendere le debite distanze, quel distacco necessario per abbattere la prossimità a patto che egli abbandoni qualunque tipo di giudizio di valore. E come il giudizio risulta sospeso da parte dell'autore, così succede che anche il lettore attonito, man mano che scopre tutti i particolari di questa vicenda e viene a conoscenza dei pensieri e della storia degli assassini e della vittima, fatica a formulare una sentenza.

Ma del resto non è questo l'obiettivo del libro. Per giudicare e punire esistono i tribunali e i magistrati. Tra le pagine de La città dei vivi chi legge non troverà risposte, ma continui spunti di riflessione, formulerà sempre nuovi interrogativi, spesso difficili da soddisfare, se non a condizione di mettersi in discussione in quanto essere umano, per sua natura imperfetto e continuamente esposto al male. Ecco quindi che si può arrivare anche a provare un sentimento di pietà non solo per la vittima, ma a tratti anche per i carnefici. Sentimento da cui non è immune nemmeno lo scrittore/io narrante e che comunque non attenua minimamente la colpa degli assassini. Del resto, come ha giustamente dichiarato l'autore, negare l'umanità del colpevole significa disfarsi del problema e come insegna Hannah Arendt, l'umanità di chi compie il male non nega la sua colpevolezza.

 

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Ho acquistato e letto questo libro presa da un fortissimo desiderio suscitatomi dall'articolo di Starnone: volevo capire, ero curiosa di sapere cosa ci fosse in questo delitto che non dava pace allo scrittore, cosa lo toccasse così da vicino. Scoprirlo durante il racconto è stato davvero perturbante, per utilizzare in senso proprio un termine coniato da Freud che tiene insieme i due concetti antitetici di intimità ed estraneità. Ma del resto questa logica della correlazione, che fonda il significato di un termine sull'esistenza del suo opposto è insita nel titolo stesso di questo volume: La città dei vivi, che si può definire, comprendere, solo se messa in relazione con la città dei morti, che la abita e ne è parte integrante, così come la bestialità non può essere circoscritta se non tramite il confronto con l'umanità. Ed è proprio il possibile degrado di questa umanità che può portare ad avvenimenti assurdi come l'omicidio senza movente alcuno di un ragazzo di 23 anni nell'ambito di un ambiente domestico. Omicidio del quale non riescono a spiegarsi la ragione nemmeno i suoi esecutori, che sembrano quasi chiedere agli inquirenti di collocarlo entro un orizzonte di senso possibile. E proprio perché non sanno darne una spiegazione plausibile non se ne assumono fino in fondo la responsabilità.

Leggendo le frasi secche e asciutte di Lagioia viene da porsi delle domande: cosa non ha funzionato nella costruzione di identità di Manuel Foffo e Marco Prato? Quanto la loro percezione della realtà li ha fatti implodere in un ossessivo culto del sé, che ha reso impossibile qualsiasi esercizio di alterità, è stata determinante per questo tragico epilogo? Là dove il termine tragico va inteso anche nella sua accezione originaria, che rimanda ad una scissione inconciliabile ed insanabile tra valori contrastanti. In questo romanzo particolare, dove si mescolano magistralmente diversi registri e dove la miscellanea di generi risulta a mio avviso estramamente coesa e compatta, in cui il prisma attraverso cui tutto è filtrato è l' io di un autore che monta ciascun materiale di cui dispone, siamo costretti a fare i conti con i nostri limiti e le nostre paure, le nostre angosce e le nostre frustrazioni, i nostri desideri più scabrosi e reconditi.

Se in questa vicenda non è stato tentato alcun atto di giustizia riparativa, questo libro è definibile a mio avviso con il titolo del suo ultimo capitolo e che rimanda ad una lettura fondamentale per Lagioia, ossia come Il libro dell'incontro, che ci aiuta non a perdonare o ad assolvere, ma a sciogliere quei nodi che ci paralizzano e rischiano di farci implodere. Questo è possibile solo attraverso il confronto e l'accettazione della presenza dell'altro difficile, che spesso alberga in noi, esponendo la nostra identità fragile sull'orlo di un baratro dal quale rischieremmo di precipitare tutti quanti senza un buon lavoro su noi stessi e un consapevole esercizio del libero arbitrio che consente all'io di sentirsi ancora padrone a casa propria. O almeno di illudersi che sia così.


Nicola Lagioia

La città dei vivi

Convinto come sono che la normalità sia un concetto astratto, eliminerei le prime tre lettere della parola perversione. Sono tutte "versioni" differenti di umanità, a volte vissute con sofferenza.
Marco Prato

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